
Fate e folletti popolano il mondo fantastico di questa commedia di Shakespeare, lieve e raffinata, in cui amori e tradimenti si susseguono con comicità e grazia incantevole. Dalla bellissima Titania, regina delle fate, innamorata perdutamente di un uomo dalla testa d’asino, al comico e irresistibile Bottom fino al capriccioso folletto Puck, i cui errori nel somministrare i filtri d’amore muovono le sottili trame della vicenda. Una commedia lieve e briosa, ricca di improvvisazioni e colpi di scena, che inaugura un nuovo tipo di rappresentazione nel panorama shakespeariano, e che viene qui presentata nella celebre traduzione di Gabriele Baldini in un’edizione rinnovata a cura di Fernando Cioni.
Prima di presentarvi la mia recensione, parto da una critica a questa edizione (quella in foto): se decido di leggere Sogno di una notte di mezza estate vorrei poter mettere gli occhi sul testo. Questa pubblicazione presenta ben 61 pagine tra introduzione e bibliografia riferita a essa. Mi sembra un po’ troppo. Dare al lettore un punto di riferimento su un testo complesso come questo è certamente cosa gradita. Esasperare le informazioni su di esso, lasciando chi legge senza scampo, risulta piuttosto fastidioso. Sarà una visione soggettiva, questo è da mettere in conto, ma non ho acquistato un saggio dove si analizza l’opera. Scusate lo sfogo. Bene. Cominciamo.
Sogno di una notte di mezza estate è un’opera ben diversa rispetto a quelle affrontate finora su questa piattaforma. Le ambientazioni, i cambi di scena, lo stesso ingresso e uscita dei personaggi sono soggetti a tempistiche completamente differenti. Nonostante ciò, seguire l’andamento della storia non è affatto difficile. Ciò grazie a chi in principio scrisse e chi, successivamente, ha tradotto l’opera. Il grande drammaturgo inglese mette in scena il dramma per antonomasia, quello dell’amore. Si parla dell’amore forzato, scelto dal padre padrone, di quello non corrisposto, di quello impossibile. I tre aspetti sembrano ancora presenti all’interno della nostra società. Quest’ultimi punti rendono Shakespeare un regista attento, freddo e diretto nel mettere l’essere umano difronte alla sua natura. Lo stesso esser umano sembra in balia di questa emozione, un sentimento imprevedibile e sfuggente, tanto da riuscire a destabilizzare il corso della sua vita. Con l’intuizione di inserire un dramma nel dramma, l’autore inglese riesce a stemperare la tensione creata dalla vicenda principale. L’intermezzo, a tratti comico, risulta piacevole per il lettore. Dare spazio alla magia, messa in relazione all’amore, non risulta causale. Vista l’incapacità dell’uomo di dare un senso a quanto accade in campo amoroso, lo stesso Shakespeare sembra voler lasciare al lettore/spettatore alcune domande su cui riflettere:
L’amore è esso stesso un sogno, un artificio? È il parto di una mente e di un animo tormentato? È un qualcosa che va in controtendenza con la natura umana o, al contrario, ne è parte integrante?
Più che dare risposte, Shakespeare preferisce dare la possibilità al lettore/spettatore di analizzare a tutto tondo una tematica a torto conosciuta, ma che, a conti fatti, risulta essere una nuova entità nel momento in cui si presenta, e ripresenta, agli occhi di quell’essere umano, volente o nolente, in balia di essa.
Punteggio:

Armando
