Gustave Leroux – Il fantasma dell’opera

Sono molte, a tutt’oggi, le riduzioni cinematografiche – la più bella e la più fedele quella del 1925 con Lon Chaney, la più recente quella diretta da Joel Schumacher, trasposizione del musical di Andrew Lloyd Webber – che hanno consacrato la popolarità di questa originalissima opera scritta da Leroux nel 1911. La storia dell’amore di Erik – costretto a nascondere le sue orrende fattezze dietro una maschera – per Christine, la giovane soprano tanto graziosa quanto inesperta, si svolge tutta nell’ambiente del teatro dell’Opera, che diviene alter ego del Fantasma, luogo che crea l’azione. Una macchina narrativa sapientissima consente a Leroux di tenere in perfetto equilibrio commedia, avventura, poliziesco e grandguignol; così che alla fine della lettura ci accorgiamo di essere stati catturati da una storia tanto carica di suggestioni quanto lineare ed emblematica.

Un romanzo venuto dal passato. Una storia condita da brividi, suspense e tanta, tanta, tristezza. Nonostante alcuni intermezzi proposti, credo, per poter stemperare quell’aura cupa creata da una situazione paradossale, sono queste le sensazioni provate da lettore. Come è consono a testi di questo tipo, arrivato fino a noi dopo aver cavalcato più di un secolo, tra le altre cose, condito da tanti radicali cambiamenti, Il fantasma dell’opera si muove lento. In quanto macchinoso e tanto descrittivo, il lettore è costretto a impegnarsi al meglio per poter seguire e immaginare i contesti espressi fin nei minimi dettagli. A differenza di altri lavori arrivati dalla stessa epoca, questo romanzo sembra differenziarsi completamente dai classici del genere. Leggendo il testo mi sono reso conto che lo stesso sarebbe buono, forse ancora di più rispetto al lavoro proposto su carta, per una sua trasposizione teatrale, ancora meglio sotto forma di musical. Mi è capitato più volte, non so se la cosa riguarda solo me o anche altri lettori, di vedere i dialoghi trasformarsi in canzoni, i protagonisti prendere le sembianze di cantanti e le scene ruotare su un palcoscenico predisposto esclusivamente a questo scopo. In tal caso, l’immaginazione di Gustave Leroux avrebbe preso slancio, trascinando con sé lo spettatore costretto a far parte di quella partita così surreale. Quello che accade nel proseguo della lettura, invece, è un incedere lento, fin troppo macchinoso. Non dico che ci si possa annoiare ma si spera soltanto di poter cambiare finalmente contesto, scena e personaggi, vedere la storia procedere in maniera lineare piuttosto che assiste, fin troppo spesso, a battute d’arresto condite da troppe informazioni. Tutto ciò credo, come spesso affermato in situazioni simili, sia dovuto al cambio di tempi. L’epoca in cui Leroux scrisse il suo romanzo sembra lontano anni luce rispetto alle velocità supersoniche delle nostre vite moderne… E sono trascorsi poco più di cento anni! Cosa accadrà, mi chiedo, nel futuro prossimo se questa velocità aumentasse? Cosa ne rimarrebbe di questi testi dal profumo di un passato che stiamo dimenticando?

Punteggio:

Armando

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